martedì 19 maggio 2026

Sarajevo

 

Raccontare Sarajevo è un’esperienza unica. Quando arrivi sei attraversato dalla curiosità, dalla voglia di scoprire, ma la città che ti accoglie ha un’anima intrisa di dolore e memoria.

Raggiungere Sarajevo non è semplice: i collegamenti sono complessi, ma poi trovi il tuo percorso, passando per Lubiana, poi Zagabria, fino ad arrivare alla Bosnia. E già il viaggio diventa parte della storia.

In questa città convivono mondi diversi. Non so se si rispettino davvero, ma vivono accanto, si sfiorano in silenzio senza mai incontrarsi completamente.

Il mio viaggio, nel marzo 2026, nasce all’interno di un progetto di cooperazione internazionale con un’associazione di medici, DONK Humanitarian Medicine. La missione era visitare centri di accoglienza e valutare il progetto “Together”.

Il mondo degli operatori umanitari è un mondo fatto di cuore, passione e sacrificio. È così ovunque. E lo è stato anche a Sarajevo, insieme a Caritas e JRS.

La cosa più sorprendente di questo luogo è il dolore che accoglie altro dolore: uomini e donne in fuga che arrivano in campi alla periferia della città, cercando protezione in una città che a sua volta porta ancora le cicatrici della guerra.

Non puoi far finta di non vedere. Anche quando cerchi le tracce dei bombardamenti nelle “rose di Sarajevo”, non puoi restare indifferente ai parchi trasformati in cimiteri, dove le persone passano, si fermano, pregano.

I contrasti sono ovunque. Anche nei simboli: come l’ambasciata dell’Iran lungo il fiume, coperta di drappi neri per il lutto nazionale, poi in pieno centro il Centro Culturale dell'Iran a pochi passi dalla Fiamma Eterna che ricorda l’assedio di Sarajevo e le sue vittime. E ti chiedi come tutto questo possa convivere nello stesso spazio senza rompersi.

I rifugiati che arrivano qui spesso non sono accolti. Lo Stato cerca di limitarne la permanenza, offrendo pochi servizi e rendendo la loro vita difficile, quasi come un invito implicito a proseguire il viaggio.

E allora ti chiedi qual è il tuo ruolo. Puoi davvero cambiare la vita di queste persone? La risposta, spesso, è no.

È una risposta che delude, che lascia un senso di impotenza. Ma è anche una risposta che ti insegna a lavorare meglio, a capire i limiti, a non idealizzare il tuo ruolo.

Nel mio percorso ho visto molti campi e molte situazioni di crisi. E dentro di me esiste un bisogno profondo e costante: quello di aiutare l’altro, di provare a migliorare anche solo una piccola parte della sua vita, anche quando la sua scelta è stata quella della fuga.

Ma nel lavoro umanitario ci sono dei confini chiari. Le persone sono esseri umani con diritti e doveri, e il rispetto di questi doveri è parte integrante del rapporto di aiuto. Anche scegliere di partire significa accettare regole e contesti, come si fa quando si entra nella casa di qualcun altro.

Vorresti fare di più, vorresti far capire ai rifugiati che sei lì per loro, anche solo per ascoltare o raccontare la loro storia. Ma il viaggio, la paura e l’incertezza li hanno resi diffidenti, a volte aggressivi. Non sempre riescono a vedere chi hanno davanti.

E allora ti chiedi se hai fallito. Forse sì, almeno in parte. Ma hai comunque provato. Hai osservato, hai imparato, hai incontrato nuove fragilità umane, hai raccontato.

Quando lasci Sarajevo ti senti stranamente sospeso. Ripensi ai cimiteri, ai segni della guerra, ma anche ai cerchi ancora visibili delle Olimpiadi. E ti chiedi perché una città così grande non riesca a trasformare davvero il suo passato in un nuovo inizio.

Sarajevo ti rimane dentro. Non la dimentichi.

Ti riprometti di non tornarci più, perché è un’esperienza troppo pesante. Eppure, allo stesso tempo, senti che qualcosa ti manca: la ricerca di un segnale, di un dettaglio che dimostri che anche in mezzo a tutto questo dolore esiste ancora la volontà umana di vivere, ricostruire, resistere.

Forse è proprio questo che Sarajevo ti lascia: non una risposta, ma una domanda che continua a tornare.

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