A volte ripenso a dove sia iniziata la mia passione per il lavoro umanitario e per gli aiuti nelle zone di crisi. Posso dire con certezza che tutto è nato in un momento disperato.
Era il 2011. Dopo aver vissuto la rivoluzione dei gelsomini a Djerba, in Tunisia, con lo stravolgimento della vita quotidiana, delle famiglie e di un intero Paese, un’altra tragedia ancora più grande colpì il Nord Africa: la guerra in Libia.
All’inizio di marzo iniziarono i bombardamenti. Vivevamo a Djerba, a circa 100 km dal confine libico. Ricordo una marea di messaggi di aiuto che iniziavano a circolare attraverso un Facebook ancora timido, spesso censurato, mentre medici e volontari partivano verso il confine.
Migliaia di uomini, donne e bambini camminavano lungo la strada “armati di valigia”. È stato il mio primo vero incontro con il mondo delle persone in viaggio, costrette a lasciare tutto per fuggire dalla guerra.
In quei giorni nessuno riusciva a restare fermo. Tutti volevano fare qualcosa.
Con la Croissant Rouge di Djerba organizzai il mio primo convoglio di aiuti umanitari per l’ospedale di Tataouine, una piccola struttura travolta dall’arrivo continuo di persone in fuga. Poi arrivarono Ramada, Dhiba, Ras Jedir, i campi profughi, i bambini, le spedizioni di medicinali, il latte per neonati, le coperte, gli scatoloni caricati nei furgoni e affidati a chiunque fosse disposto a partire verso il sud.
Ricordo ancora lo stress infinito per trovare autisti disposti ad arrivare fino a Ramada. Ricordo le telefonate, gli appuntamenti saltati, la paura che gli aiuti non arrivassero davvero a destinazione. E poi, quasi come in una favola, un commerciante di Djerba che partiva per acquistare bestiame vicino al confine accettò di portare con sé i nostri scatoloni.
Ogni settimana partiva un nuovo carico.
A Medenine entrammo in un piccolo orfanotrofio che ospitava neonati abbandonati. La più piccola, Meriem, aveva solo tre mesi. Una struttura fredda e spartana, ma piena di amore. Sono immagini che non si dimenticano: bambini che ti tendono le braccia, che sorridono nonostante tutto, che muovono i primi passi in un corridoio mentre fuori il mondo sembra crollare.
Non avevamo grandi fondi, né una grande organizzazione. Avevamo solo la convinzione che non si potesse restare indifferenti.
Quello è stato il mio battesimo nel mondo umanitario.
Ancora oggi, ogni progetto che realizzo nasce da quei giorni. Dalla consapevolezza che anche piccoli gesti, se fatti con costanza e con il cuore, possono davvero cambiare qualcosa nella vita di qualcuno.
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