martedì 19 maggio 2026

Sarajevo

 

Raccontare Sarajevo è un’esperienza unica. Quando arrivi sei attraversato dalla curiosità, dalla voglia di scoprire, ma la città che ti accoglie ha un’anima intrisa di dolore e memoria.

Raggiungere Sarajevo non è semplice: i collegamenti sono complessi, ma poi trovi il tuo percorso, passando per Lubiana, poi Zagabria, fino ad arrivare alla Bosnia. E già il viaggio diventa parte della storia.

In questa città convivono mondi diversi. Non so se si rispettino davvero, ma vivono accanto, si sfiorano in silenzio senza mai incontrarsi completamente.

Il mio viaggio, nel marzo 2026, nasce all’interno di un progetto di cooperazione internazionale con un’associazione di medici, DONK Humanitarian Medicine. La missione era visitare centri di accoglienza e valutare il progetto “Together”.

Il mondo degli operatori umanitari è un mondo fatto di cuore, passione e sacrificio. È così ovunque. E lo è stato anche a Sarajevo, insieme a Caritas e JRS.

La cosa più sorprendente di questo luogo è il dolore che accoglie altro dolore: uomini e donne in fuga che arrivano in campi alla periferia della città, cercando protezione in una città che a sua volta porta ancora le cicatrici della guerra.

Non puoi far finta di non vedere. Anche quando cerchi le tracce dei bombardamenti nelle “rose di Sarajevo”, non puoi restare indifferente ai parchi trasformati in cimiteri, dove le persone passano, si fermano, pregano.

I contrasti sono ovunque. Anche nei simboli: come l’ambasciata dell’Iran lungo il fiume, coperta di drappi neri per il lutto nazionale, poi in pieno centro il Centro Culturale dell'Iran a pochi passi dalla Fiamma Eterna che ricorda l’assedio di Sarajevo e le sue vittime. E ti chiedi come tutto questo possa convivere nello stesso spazio senza rompersi.

I rifugiati che arrivano qui spesso non sono accolti. Lo Stato cerca di limitarne la permanenza, offrendo pochi servizi e rendendo la loro vita difficile, quasi come un invito implicito a proseguire il viaggio.

E allora ti chiedi qual è il tuo ruolo. Puoi davvero cambiare la vita di queste persone? La risposta, spesso, è no.

È una risposta che delude, che lascia un senso di impotenza. Ma è anche una risposta che ti insegna a lavorare meglio, a capire i limiti, a non idealizzare il tuo ruolo.

Nel mio percorso ho visto molti campi e molte situazioni di crisi. E dentro di me esiste un bisogno profondo e costante: quello di aiutare l’altro, di provare a migliorare anche solo una piccola parte della sua vita, anche quando la sua scelta è stata quella della fuga.

Ma nel lavoro umanitario ci sono dei confini chiari. Le persone sono esseri umani con diritti e doveri, e il rispetto di questi doveri è parte integrante del rapporto di aiuto. Anche scegliere di partire significa accettare regole e contesti, come si fa quando si entra nella casa di qualcun altro.

Vorresti fare di più, vorresti far capire ai rifugiati che sei lì per loro, anche solo per ascoltare o raccontare la loro storia. Ma il viaggio, la paura e l’incertezza li hanno resi diffidenti, a volte aggressivi. Non sempre riescono a vedere chi hanno davanti.

E allora ti chiedi se hai fallito. Forse sì, almeno in parte. Ma hai comunque provato. Hai osservato, hai imparato, hai incontrato nuove fragilità umane, hai raccontato.

Quando lasci Sarajevo ti senti stranamente sospeso. Ripensi ai cimiteri, ai segni della guerra, ma anche ai cerchi ancora visibili delle Olimpiadi. E ti chiedi perché una città così grande non riesca a trasformare davvero il suo passato in un nuovo inizio.

Sarajevo ti rimane dentro. Non la dimentichi.

Ti riprometti di non tornarci più, perché è un’esperienza troppo pesante. Eppure, allo stesso tempo, senti che qualcosa ti manca: la ricerca di un segnale, di un dettaglio che dimostri che anche in mezzo a tutto questo dolore esiste ancora la volontà umana di vivere, ricostruire, resistere.

Forse è proprio questo che Sarajevo ti lascia: non una risposta, ma una domanda che continua a tornare.

Perchè fai quello che fai?


A volte ripenso a dove sia iniziata la mia passione per il lavoro umanitario e per gli aiuti nelle zone di crisi. Posso dire con certezza che tutto è nato in un momento disperato.

Era il 2011. Dopo aver vissuto la rivoluzione dei gelsomini a Djerba, in Tunisia, con lo stravolgimento della vita quotidiana, delle famiglie e di un intero Paese, un’altra tragedia ancora più grande colpì il Nord Africa: la guerra in Libia.

All’inizio di marzo iniziarono i bombardamenti. Vivevamo a Djerba, a circa 100 km dal confine libico. Ricordo una marea di messaggi di aiuto che iniziavano a circolare attraverso un Facebook ancora timido, spesso censurato, mentre medici e volontari partivano verso il confine.

Migliaia di uomini, donne e bambini camminavano lungo la strada “armati di valigia”. È stato il mio primo vero incontro con il mondo delle persone in viaggio, costrette a lasciare tutto per fuggire dalla guerra.

In quei giorni nessuno riusciva a restare fermo. Tutti volevano fare qualcosa.

Con la Croissant Rouge di Djerba organizzai il mio primo convoglio di aiuti umanitari per l’ospedale di Tataouine, una piccola struttura travolta dall’arrivo continuo di persone in fuga. Poi arrivarono Ramada, Dhiba, Ras Jedir, i campi profughi, i bambini, le spedizioni di medicinali, il latte per neonati, le coperte, gli scatoloni caricati nei furgoni e affidati a chiunque fosse disposto a partire verso il sud.

Ricordo ancora lo stress infinito per trovare autisti disposti ad arrivare fino a Ramada. Ricordo le telefonate, gli appuntamenti saltati, la paura che gli aiuti non arrivassero davvero a destinazione. E poi, quasi come in una favola, un commerciante di Djerba che partiva per acquistare bestiame vicino al confine accettò di portare con sé i nostri scatoloni.

Ogni settimana partiva un nuovo carico.

A Medenine entrammo in un piccolo orfanotrofio che ospitava neonati abbandonati. La più piccola, Meriem, aveva solo tre mesi. Una struttura fredda e spartana, ma piena di amore. Sono immagini che non si dimenticano: bambini che ti tendono le braccia, che sorridono nonostante tutto, che muovono i primi passi in un corridoio mentre fuori il mondo sembra crollare.

Non avevamo grandi fondi, né una grande organizzazione. Avevamo solo la convinzione che non si potesse restare indifferenti.

Quello è stato il mio battesimo nel mondo umanitario.

Ancora oggi, ogni progetto che realizzo nasce da quei giorni. Dalla consapevolezza che anche piccoli gesti, se fatti con costanza e con il cuore, possono davvero cambiare qualcosa nella vita di qualcuno.

mercoledì 29 marzo 2017

Hungary to detain asylum seekers in shipping containers

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BRUSSELS, 7. MAR, 17:59

Hungary's parliament passed a bill on Tuesday (7 March) to detain all asylum seekers in converted shipping containers amid allegations that some were beaten by border guards.

The new law lets authorities detain everyone in the camps along so-called transit zones near the border with Serbia.
  • Hungary's Viktor Orban has described migration as “a Trojan horse for terrorism” (Photo: Reuters)
It expands on legislation from last July that allowed authorities to apprehend and return anyone to Serbia caught within 8km of the Hungarian border.
Tuesday’s decision meant that anyone, regardless of their asylum status, would be locked up no matter where they were found in Hungary.
Some 19,000 people last year were sent back to Serbia or blocked from entering the country amid reports of beatings and abuse at the hands of Hungarian border guards.
A Hungarian spokeswoman told EUobserver by email that asylum seekers would only be able to leave the container camps if they received permission or if they volunteered to leave the country and return to Serbia.
"Illegal immigrants apprehended within the country’s territory will be escorted by police back through the nearest border gate, meaning that immigrants will be able to submit their asylum requests in the transit zone under controlled conditions," she said.
She said people would receive medical and other required care for the full length of their asylum proceedings.

De facto detention

The move was seen by Amnesty International, a British NGO, as a violation of people's right to claim asylum after having fled wars in places such as Syria and Iraq.
"This is de facto detention ordered without individual assessment, ordered without the necessary safeguards," Amnesty’s Todor Gardos said.
"It’s a punitive measure. People are being punished simply because they want to enter an asylum process," he said.
Hungary set up the transit zones near the borders in September 2015.
People detained there were in the past released after four weeks and then sent to reception centres.
"Now the Hungarian authorities have removed that four-week deadline and they have made this detention in this transit zone, in the blue containers, as the default option," said Gardos.
Two container sites are already operational along the border with Serbia.
Another two have been erected near Croatia with plans to build more. Each site will house up to 300 asylum seekers.
Only 50 people per week or so are being allowed to enter from Serbia to seek asylum.
The latest law follows recent pressure by the European Commission for EU states to lock up more people, including children, and for longer periods,.
Leaders at an EU summit in Brussels this week are to endorse the Commission's plans to fast-track migrant detentions and expulsions.
Zoltan Kovacs, Hungary's top spokesman, also told reporters in late February that the country had spent over €500 million on a border fence with Serbia.
He said that another €122 million had been earmarked for a second “smart fence” equipped with motion detection sensors.

sabato 25 marzo 2017

JERBANEWS: Syria: why school is so important?

JERBANEWS: Syria: why school is so important?:
Where our Kids live? This is Atma refugees camp. Have a look!  
 https://youtu.be/u6hrPyEpPag Atma refugees camp
 Why is so importan...

Syria: why school is so important?

Where our Kids live? This is Atma refugees camp. Have a look! 

https://youtu.be/u6hrPyEpPagAtma refugees camp

Why is so important education for kids in a country at war? From the report Invisible Wounds fron Save the Children.
“We don’t see the result of this conflict right now. We’re going to see the results and consequences in the coming years. We’re going to see a generation that’s uneducated or barely educated. A generation that’s emotionally destroyed. We need a generation that will build the new Syria.”  Mohammad, a youth worker in Idlib, Syria 
For the past six years, children in Syria have been bombed and starved. They have seen their friends and families die before their eyes or buried under the rubble of their homes. They have watched their schools and hospitals destroyed, been denied food, medicine and vital aid, and been torn apart from their families and friends as they flee the fighting. The psychological toll of living through six years wondering if today will be their last is enormous.
Research for Invisible Wounds – the largest and most comprehensive study of its kind undertaken inside Syria into children’s mental health and wellbeing during the war – revealed heartbreaking accounts of children terrified by the shelling and airstrikes, anxious about the future, and distraught at not being able to go to school. The majority of children we spoke with show signs of severe emotional distress.
If the right support is provided now, these children may be able to recover. Programmes offering mental health and psychosocial support have shown remarkable results, which could and should be significantly scaled up across the country. To do so will require adequate funding, proper humanitarian access and a new global commitment to Syria’s children. Ultimately, children need the main cause of their toxic stress – the violence that continues to rain down on Syria’s villages and cities with impunity – to end.

If you are looking for more information please download full report at following link:



JERBANEWS: Al Hikma school needs our Help

JERBANEWS: Al Hikma school needs our Help: Dear all, this is the story of our school. We need your help to keep it open.  Please read, share and donate! Thank you for your support...
https://www.gofundme.com/al-hikma-school-aiutiamoli

Al Hikma school needs our help!


Al Hikma school needs our Help

Dear all,

this is the story of our school. We need your help to keep it open.  Please read, share and donate!
Thank you for your support

https://www.gofundme.com/al-hikma-school-aiutiamoli



sabato 26 dicembre 2015

Se sapessimo ancora camminare

Partire dall'Italia per una vacanza ci riporta in un paese che non riconosciamo, anche dopo un breve periodo di assenza. Partire dall'Italia per vivere all'estero e rientrare dopo un lungo periodo all'estero ti riporta in un mondo sorprendente dove sorridi per le stranezze che si fanno. 

Sigle impressionanti fatte di consonanti improbabili gestiscono la tua vita e a a tua insaputa sono diventate le parole chiave, fondamentali per la tua sopravvivenza. Mentre tu conquistavi la tua sicurezza andando al mercato e imparavi confrontarti con un mondo che non era il tuo, la tecnologia esplodeva trasformando il paese in cui sei nata in un mondo multimediale. 

Oggi tutti sono giornalisti, cinereporter, opinionisti. Tutti hanno il loro pubblico, tutti hanno i mezzi per urlare al mondo le loro idee. 

Come Alice nel Paese delle Meraviglie guardo ancora i colori del mondo, i volti delle persone, la bellezza del tramonto, assaporo il profumo del mare, ascolto le voci anche se la gente parla sempre meno. Ho ritrovato un mondo strano che per molti versi mi fa sorridere e per altri mi mette una grande tristezza. Mi dispiace per loro, per tutti quelli che hanno perso i piccoli piaceri della lentezza. 

Tutti abbiamo imparato a fare cose complicate per non restare in dietro ma chi ancora ha la possibilità di crescere sono quelli che si ricordano delle cose semplici. Mi ritengo molto fortunata. Sono ritornata riportando con me quel bagaglio di esperienze che collega la tecnologia al mondo reale, alla semplicità e alla lentezza. 

Sembra incredibile pensare che in questo nuovo mondo abbiamo dimenticato più cose di quelle che abbiamo imparato e se perdiamo chi sa fare le fondamenta di una casa tutti i nostri stupendi progetti rimarranno solo nei nostri pc.

giovedì 1 maggio 2014

Aleppo: centro di primo soccorso

Ancora in Siria con un nuovo container di aiuti. Medicinali, materiale paramedico, attrezzature e letti per rifornire un centro medico aperto nel cuore di Aleppo. I bombardamenti hanno rallentato la consegna ma costanza e impegno hanno reso tutto questo possibile.
@uxilia Italia e Maram Foundation







 

venerdì 25 aprile 2014

Siria: building peace

Arrivare a portare speranza nelle zone bombardate dove la gente pensa di essere stata abbandonata. Ricevere un sorriso come ringraziamento, questo il lavoro che facciamo.... Aleppo Al-Qarasi






 

giovedì 24 aprile 2014

Siria: non resto a guardare

 
Aiutare si puo' non è facile ma si puo'
 
 
 
 
 






Siria: un paese abbandonato

Iniziata sulla scia delle primavere arabe che avevano interessato Tunisia, Libia, Egitto la guerra in Siria si è ben presto trasformata da una semplice protesta di piazza in un vero e proprio conflitto. I difficili equilibri che coesistono in questa parte del Mediterraneo considerata da sempre la porta dell'Oriente hanno lasciato la comunità internazionale ad osservare la carneficina che si consuma giorno per giorno. Come già successo nel 2011 in Libia, anche in Siria il conflitto è diventata una guerra umanitaria dove i civili diventano le pedine e le principali vittime. La situazione oggi in Siria si presenta come una tragedia umanitaria di proporzioni  incontrollabili. Gli ultimi dati diffusi dall'UNHCR parlano 9,3 milioni di persone che hanno dovuto abbandonare le loro case. Un terzo degli impianti di trattamento delle acque del paese non sono più funzionanti, il 60 per cento dei centri sanitari sono distrutti e circa 3,5 milioni di persone vivono in aree sotto assedio o impossibili da raggiungere con assistenza umanitaria. A questa situazione catastrofica nel paese si aggiunge quella drammatica delle persone che hanno abbandonato la Siria per cercare rifugio nei paesi limitrofi: Turchia, Iraq, Libano e Giordania. Le associazioni umanitarie internazionali non hanno accesso al paese, i campi profughi sono allestiti alla frontiera. Il più grande campo profughi si trova oggi in Giordania e ospita oltre 150.000 persone, Zaatari. In Siria in questo momento mancano ospedali, le scuole sono chiuse da più di 3 anni, si diffondono malattie come la poliomelite e gravi infezioni che si complicano a causa della scarsità di medicinali. La risoluzione ONU del 20 febbraio 2014 ha dichiarato l'apertura dei corridoi umanitari per favorire l'accesso delle agenzie umanitarie che operano a sostegno dei civili. I corridoi non sono stati fino ad ora rispettati. La popolazione è provata da questa situazione e a pagare il prezzo più grande sono sicuramente i bambini che subiscono traumi psicologici continui. I bombardamenti e lo sfaldarsi dell'opposizione in numerosi gruppi armati rendono molto complessa la soluzione del conflitto. La situazione che si è creata in Siria non è più limitata al solo territorio del paese ma si è estesa ai paesi confinanti creando gravi problemi nella gestione dei rifugiati a Turchia, Iraq, Giordania e Libano ma anche a paesi più lontani come l'Egitto dove è notizia di questi giorni la difficile situazione di vita dei siriani fuggiti dalla guerra. Si allungano i percorsi di fuga della popolazione che spera di raggiungere anche paesi lontani. Si incontrano rifugiati siriani anche in Romania, Tunisia, Italia. Il conflitto durerà ancora a lungo, si parla di al meno altri 5 anni di guerra. Una situazione devastante dove i bambini subiscono traumi fisici e psicologici che non guariranno, una popolazione abbandonata dalla Comunità Internazionale che vive lottando per la sopravvivenza, un angolo di mondo dove il male minore in questo momento è morire in un bombardamento.

Siria: l'ospedale di Abu Al-Dhuhour

L'esperienza che ho acquisito in questi anni mi ha permesso di portare aiuto in altri paesi. In modo semplice si puo' diventare un valido aiuto non togliendo niente a nessuno ma spostando da dove c'è troppo a dove non c'è nulla. Così si allestisce un ospedale














 

sabato 17 novembre 2012

Orfanotrofio di Medeninne: grazie a tutti!

Ieri è stata un splendida giornata grazie anche al vostro aiuto. Grazie all'impegno di tutti abbiamo organizzato una spedizione di aiuti per i bambini dell'orfanotrofio di Medeninne. Visto l'avvicinarsi dell'inverno abbiamo portato coperte, vestiti pesanti, calze, scarpe, lenzuola e tutto quello che possa aiutare l'associazione che lo gestisce a garantire una migliore assistenza a questi angeli. Sono cose difficili da raccontare e il fatto che non siamo rimasti indifferenti ma ci siamo rimboccati le maniche li fà sentire meno soli. La struttura ospita 8 bambini, tutti neonati... la piu' piccola Meriem ha 3 mesi. Hanno bisogno di tante cose, la struttura è molto sparatana, fredda ma gestita con amore dalle animatrici. Il Presidente ci ha raccontato che la richiesta di posti è molto superiore e sperano di iniziare l'avvio di un progetto per la costruzione di un nuovo orfanotrofio che possa accogliere al meno 15 bambini. La struttura di Tataouinne ha chiuso  e i bambini vengono ora gestiti tra l'orfanotrofio di Medeninne, l'Ospedale Regionale o mandati piu' lontano dove si riesce a trovare un posto libero. Piccoli tesori che ti tendono le braccia quando ti vedono, che ti sorridono o accennano i primi passi nel corridoio... il piu' grande ha poco meno di 2 anni....

Ringrazio tutti voi per l'aiuto e spero di poter fare qualche cosa di piu' per queste creature che hanno rubato il mio cuore....

uno dei gemellini arrivato dal Campo rifugiati di Choucha.... il campo esiste ancora a  quasi due anni dalla guerra in Libia....






mercoledì 5 settembre 2012

Réfugiés syriens en tunisie



25000 réfugiés syriens sont arrivés en Algérie depuis le déclenchement de la révolution syrienne en mars 2011. Plusieurs parmi eux font la manche dans ce pays.

Selon le journal algérien “Midi libre”, les syriens squattent les portes des mosquées quémandant de l’argent aux fidèles. C’est, également, le cas dans le reste des grandes places publiques de la capitale ou encore sur les plages, où les mendiantes syriennes, généralement vêtues de noir en signe de deuil, n’hésitent pas à interpeller les passants. Implorant leur générosité, elles parviennent souvent à leur soustraire quelques dizaines de dinars.



Le choix de la destination Algérie n’est pas fortuit. En fait, les syriens sont autorisés à accéder au territoire algérien sans visa.

La présence dans la ville du Kef de plusieurs réfugiés syriens est de plus en plus remarquable, notamment dans les cafés et les mosquées où ils sollicitent de l’aide.

Des syriens ont confié être venus en Tunisie en provenance d’Algérie affirmant qu’ils préfèrent s’installer en Tunisie où la vie est moins chère et la situation sécuritaire est plus stable, ont-ils estimé.

Un syrien, dentiste originaire de la ville de Homs, a indiqué avoir quitté son pays accompagné de sa femme et deux de ses enfants. Les trois autres enfants sont restés en Syrie avec leur grand-mère.Venus d’Algérie, les syriens interrogés ont affirmé qu’ils préfèrent s’installer en Tunisie où la vie est moins chère et la situation sécuritaire est plus stable.

Le président de la République provisoire, Moncef Marzouki, s’est entretenu au palais de Carthage avec le chargé d’affaires à l’ambassade de Jordanie à Tunis, Jaâfar Mohamed Jaâfar, des moyens «de coordonner entre les deux pays afin d’impulser l’élan de solidarité et aider les réfugiés syriens en Jordanie».
L’entretien a permis également de passer en revue les relations tuniso-jordaniennes et d’évoquer les moyens de faciliter le transfert d’équipements médicaux tunisiens et la possibilité de la participation d’une délégation médicale tunisienne dans les efforts de secours des réfugiés syriens, indique un communiqué des services de presse de la Présidence.





Zaatari camp, Jordanie

plus de nouvelles sur la situation humanitaire en Syrie et sur les réfugiés sur la page: 
Nino Fezza Cinereporter





source: http://www.tunisienumerique.com; lapresse.tn

domenica 1 luglio 2012

Tunisien workers in Libye

Listen to this interview:

https://www.facebook.com/photo.php?v=170170469781560

Imen Ahmed


Everyday thousands of tunisians go to libya to find job but the but thing that ther they Exposed insult by libyans assault with violence killed them sometime without reason many tunisians family they don't know if thier kids or hasbands alive or not TIRREBLE some of them come to me to make a complaint they cry cry cry they can't talk about the insult :-(( i don't like to see man cry i just listen to them I try to make them calm down :-( tunisia government keep silience they don't taken any decision and people suffers everywhere here or there :-( i'm so sad i can't do anything for them :-(( how do people live in country can not protect.


They always said that when they attacted by libyan they go to tunisia consulte but nobody hear them :-( many of them come in the in very bad situation we have to call ambulance to bring them to the hospilal.


In few days tunisian passenger come in the border he said libyan killed four persone young tunsia and three african i still wait corpse of young come in the border until now no corpse

giovedì 28 giugno 2012

Libia: Masciascia e Zintan


Foto di Sebastiano Nino Fezza:
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=320654501313251&set=a.320653257980042.85380.100001061105826&type=3&theater


Zintan è "gestita" dagli americani. Sono i ribelli più forti che vogliono prendere il poter, mentre gli altri ribelli forti sono quelli di Misurata, "gestiti" dai francesi. Qui si sta combattendo l'egemonia sulla Libia tra USA e FR. Msciascia è un Paese creato 40 anni su terre di Zintan espropriate da Gheddafi ai Zintanesi per dare un luogo stabile ai Msciascia che sono zingari, hanno abitudini diverse dagli altri arabi. Quindi i Msciascia sono molto grati a Gheddafi per avergli dato un luogo dove stare. Durante la guerra Zintan ha accusato Msciascia di aver lasciato passare l'esercito libico e addirittura aiutato a combattere contro Zintan. Finita la guerra Zintan si è vendicata contro Msciascia, che tra l'altro è piena di armi e da lì è scoppiata la bagarre. Vendette su vendette, esplose poi con la guerriglia di settimane fa che ha visto centinaia di morti. Masciascia per difendersi ha mandato missili a Mizda e Zintan, loro si sono vendicati, addirittura i ribelli di Zintan hanno fatto delle angherie a quelli di Msciascia. La guerra tra Zintan e Msciascia è iniziata con l'uccisione di 3 ribelli di Zintan che erano andati a Msciascia a fare angherie su donne e beni. Inoltre Zintan rivuole le sue terre espropriate da  Gheddafi. Sono intervenute tutte le altre tribù libiche x trovare una soluzione, ma è un gran casino, ovviamente fomentato dagli americani che sai vogliono sempre creare confusione e Zintan rivorrebbe rimandare i Msciascia in Niger, dove sembra che provengono. In questa guerriglia durata settimane è intervenuta anche la Nato con bombe su Msciascia (perchè era piena di armi) ma ha tirato anche due bombe sui ribelli di Zintan, ufficialmente x sbaglio, in realtà per fermarli con le loro vendette (tagliavano le gole). Gli altri libici dicono che ormai Msciascia sono libici a tutti gli effetti, non possono mandarli via, ma ci sono anche le fazioni che dicono che devono tornare in Niger perchè sono zingari. Insomma è un grosso problema. Fatto sta che ci sono diversi abitandi di Msciascia nei campi profughi di Tripoli, insieme a quelli di Tawerga e ai tricolori di Bani Walid (perchè a Bani Walid sono ancora verdi). Pensa che il Mejles (comune) di Bani Walid è à Tripoli.

lunedì 25 giugno 2012

LETTRE DE BOURGUIBA ADRESSEE A SALAH BEN-YOUSSEF LE 25 MAI 1951

“M. Rachid Sfar, ancien Premier ministre de Bourguiba a diffusé sur les réseaux sociaux une lettre de Bourguiba à Salah Ben Youcef, datant de 1951. Nous la publions ici pour l'intérêt qu'elle a suscité auprès des internautres, mais aussi pour l'Histoire:”

LETTRE DE BOURGUIBA ADRESSEE A SALAH BEN-YOUSSEF LE 25 MAI 1951:


“CHER SI SALAH 
Je reprends ma conversation. Je n'ai pas voulu poster cette lettre hier. J'ai préféré attendre le départ d'un ami pour la lui confier Je me suis longuement étendu sur le problème zitounien parce que j'estime qu'il dépasse notre vieux différend avec les " archéos ". C'est un problème qui est en train d'évoluer vers une direction dangereuse, un problème dont les éléments ne sont déjà plus ceux d'avril 1950, un problème qui se pose, au surplus, avec plus d'acuité dans tous les pays musulmans arrivés à l'indépendance. Il ne faut pas s'y tromper : à côté et au-dessus du différend initial sur les réformes de l'enseignement zitounien, il y a - chez les chefs, chez les pontifes - la conscience nette du danger que constituerait pour eux l'accession au pouvoir des leaders du Néo-Destour, de formation occidentale et de mentalité progressiste. Je vous raconterai toutes les difficultés qu'éprouvent les gouvernements des pays musulmans que j'ai visités, à résister à l'opposition insidieuse des exaltés de l'Islam, à mentalité zitounienne, qui sévissent dans ces pays et résistent à cette adaptation de l'Islam aux nécessités de la vie internationale moderne (Ikhwan el-muslimin au Moyen-Orient, Djamaâ el-Islam, au Pakistan, opposé à la Ligue musulmane présidée par Liakat Ali Khan, Dar-ul-Islam, tenant encore le maquis en Indonésie, Fidayn el-Islam en Iran etc…) J'ai assez longuement développé cette question dans mon interview à la " République Algérienne " dont je vous ai envoyé une copie pour être publiée dans " Mission ". Le danger en Tunisie, c'est qu'en se posant à nous avant notre libération, avant la reconquête de notre souveraineté, ce problème risque de diviser prématurément le peuple en deux factions irréductibles, ce qui aurait pour résultat de retarder (notre libération)… Peut-être qu'une garde zitounienne destinée à faire pièce à la " Voix de l'étudiant zitounien " est une bonne chose, à flatter même leurs ambitions, à dissiper leurs inquiétudes, à empêcher à tout prix que l'antagonisme ne dégénère en une guerre inexpiable qui ne fera l'affaire que du colonialisme… C'est pourquoi il convient, tant que nous n'avons pas fini avec notre principal adversaire, de ménager les zitouniens en vue de les gagner, de faire preuve de patience et de sang-froid avec les chefs, de maintenir surtout le contact avec les étudiants, en grande majorité de bonne foi, de façon à les empêcher de devenir les troupes de choc d'un quarteron d'intrigants, d'ambitieux ou de fanatiques qui au fond d'eux-mêmes préfèrent encore la domination française qui leur garantit un certain prestige à l'indépendance nationale avec le Néo-Destour. C'est pourquoi pressentant dès 1949 (à mon retour du Caire) la gravité de ce problème, j'ai essayé de neutraliser, voire de conquérir Fadhel Ben Achour (en exploitant le respect qu'il avait pour moi personnellement), en vue de priver le clan religieux de la seule tête pensante et agissante qu'il possède en Tunisie. Je me demande s'il ne sera pas trop tard à mon retour en Tunisie pour reprendre cette tentative, maintenant que le sang a coulé entre nous et que les positions se sont durcies de part et d'autre. Ce serait réellement dommage Le même problème, le même antagonisme, se pose, je le répète en Egypte, en Syrie, au Pakistan, en Indonésie, mais il y est moins redoutable parce que le pouvoir dans ces pays est entre les mains de progressistes qui se rendent compte que seule une adaptation de l'Etat musulman aux nécessités de la vie internationale et du monde moderne est en mesure de garantir la survie, le développement et le progrès du monde musulman et, partant, de l'Islam. J'ai eu de longues conversations à ce sujet avec Slaheddine Pacha, Liaquet Ali Khan, Soekarno et aussi avec les leaders des clans adverses Tâchez donc de faire un effort pour voir ce problème de haut, de très haut, de dominer la voix du sentiment, d'obtenir surtout que nos militants réalisent le danger mortel que constituerait pour nous, en cette période difficile, où nous sommes si vulnérables, une lutte inexpiable sur deux fronts, le bénéfice et les possibilités qu'une telle lutte offrirait à la France colonialiste pour perpétuer sa domination Je suis sûr que si vous arrivez à regarder ce problème de cette altitude, la solution n'est pas difficile à trouver. J'en ai fini. Je vous envoie, à tous, mes sentiments les plus affectueux. 

Habib Bourguiba ”

Fonte: Tunivisions.net


giovedì 21 giugno 2012

Tunisie: SOS eau "Mdhilla a soif"

Fonte: https://www.facebook.com/groups/191818497610821/


Puits de récupération d'eau de pluie (1968) jamais entretenu ! le goudronnage de la route a modifié le sens d'écoulement de l'eau de pluie et personne ne l'a rectifié comme tous les puits le long de la route !

Puits de récupération d'eau de pluie privé, bien entretenu, mais vide, il n'a pas plu cette année 








DESCRIPTION DE LA SITUATION D’ACCES A L’EAU POTABLE DU VILLAGE DE SEGUI-M’DHILLA
(Gouvernorat de GAFSA) JBEL SEHIB



Puits de récupération d'eau de pluie de l'état, non entretenu, cassé (vue du fond du puits)
 
 





































RESUME DE L’EXISTANT

Toute la vallée a été canalisée il y a 8 ans. Les canalisations suivent la route traversant la vallée (à l’époque une piste de sable), des regards de connexion à la canalisation sont dispersés régulièrement et à proximité des groupes de maisons ou campements. Toujours le long de cette unique route, 8 robinets publics (fontaines publiques) ont été installés aux endroits les plus habités.

Selon les saisons et les transhumances des populations nomades, la vallée compte entre 1200 et 1600 personnes, ainsi qu’environ 6000 têtes de bétail (ovins et caprins).

LA SITUATION ACTUELLE






Les connexions privées vers les maisons ou les campements n’ont jamais été effectuées ni même proposées (à l’exception de 3 personnes).

Sur les 8 robinets publics, 3 sont encore en fonctionnement. Les 5 autres ont fonctionné 15 jours à 2 ans mais de manière très aléatoire. Les 3 robinets encore en fonctionnement sont installés tous les 12 kilomètres environ l’un de l’autre.

Ces 3 robinets n’ont pas délivré d’eau potable :
-pendant 15 jours, du 02/06/2012 matin au 17/06/2012 soir (pas plus que les 3 robinets privés) DITE période 1
puis de nouveau du lundi 18/06/2012 soir au 20/06/2012 soir, DITE période 2.

{D’après des informations obtenues auprès de Monsieur Abdelhamid MOUSSA Directeur des districts de la SONEDE par voie de presse, lors de l’émission en directe sur RTCI le 18/06/2012, ces robinets seraient peut-être aux bons soins d’un GDA (Groupement de Développement Agricole). Cette information n’a pas encore pu être confirmée. Le fonctionnement de ces GDA pour le sujet de l’eau potable est le suivant :
la SONEDE concède les robinets "publics" à des GDA, groupements agricoles, élus (par qui, pour combien de temps, et qui sont les candidats : mystère) et qu'en conséquence ces GDA ont droit de vie ou de mort sur des milliers de personnes en décidant soit de fermer ces robinets soit en "oubliant" de payer leurs factures alors qu'ils revendent le m3 d'eau aux populations avec un gain non négligeable...(prix du m3 vendu par la SONEDE : 0,135 dt, prix du m3 revendu par le GDA aux villageois : 1,200 dt).}





Les habitants de Mdhilla et de la vallée de Ségui se sont réunis le 12 juin 2012 devant les locaux de la municipalité mais n’ont pas été reçu par un responsable. Aucun officiel n’a fait de communiqué pour dire combien de temps la situation allait se prolonger. Aucune mesure n’a été prise pour approvisionner les populations en eau potable pendant ces périodes.

La population actuelle dans la vallée peut être estimée à environ 900 personnes plus leur bétail (une année de sécheresse a poussé les autres familles à transhumer).

L’APPROVISIONNEMENT EN EAU LORS DES COUPURES :
Haj Mouldi ramène depuis Gafsa (env. 50 km) 1000 litres d'eau potable et quelques sticks d'eau minérale.... (09/06/2012 à 18h) et distribue le long de la route.... Stock vite épuisé.... il repart aussitôt re-remplir la citerne mais cette fois avec de l'eau salée non potable pour les animaux....





1) quelques familles possédant de petits puits de récupération d’eau de pluie ont encore quelques centaines de litres d’eau croupie non potable (rares pluies de l’hiver 2011-2012) et la partage avec ceux qui n’ont pas de puits. Cette eau non potable sert aussi bien pour les animaux que pour les hommes…. Cas de dysenterie fréquents

2) quelques familles possédant un véhicule se rendent à un puits d’eau salée non potable appartenant à la CPG (Compagnie des Phosphates de Gafsa) situé à 18 km et abreuvent leur bétail avec. Les bêtes ne peuvent être abreuvées trop longuement avec cette eau à cause de sa salinité trop importante ... Cette eau ne peut absolument pas être consommée par les êtres humains.

1
3) quelques familles plus argentées font venir des citernes d’eau potable par tracteur de la ville de Mdhilla (35 km) QUAND L’EAU N’EST PAS EGALEMENT COUPEE A MDHILLA….(coupure de 4 jours à Mdhilla durant la période 1 puis même coupure de 2 jours durant la période 2.

4) A noter qu’à cette date, 48 familles ont vendu leurs troupeaux et sont parties définitivement, allant grossir les rangs des nombreux chômeurs de la région.

POUR L’ANNEE 2011 : L’eau a été coupée à plusieurs reprises durant l’été, la plus longue période a duré 28 JOURS.

ACTIONS ENTREPRISES :

APPEL A L’AIDE VIA FACEBOOK D’INIATIVE PRIVEE, lors de la période 1. Les températures dépassant les 40°, les villageois commencent à connaître des manques d’eau important. De nombreux cas de dysenterie apparaissent, y compris chez les nourrissons.

ALERTE DE LA PRESSE : journaux de presse écrite, presse web, sites internet d’actualités, blogs, associations, organisations humanitaires tunisiennes et étrangères.

ALERTE DES AUTORITES ET DE LA SONEDE : sans résultat, ni action d’aucune sorte.

ACHAT D’EAU POTABLE : Devant l’urgence de la situation et l’inaction des autorités, quelques particuliers décident d’acheter deux citernes d’eau potable, le 16/06/2012 (l’eau ayant été rétablie le 17 pour 2 jours).

SONEDE : Durant l’émission en directe sur RTCI le 18 juin dernier, Monsieur Abdelhamid MOUSSA Directeur des districts de la SONEDE, s’engage à faire le point sur la situation. Mr MOUSSA après des déplacements dans le sud a chargé le chef de district de la SONEDE de Gafsa de « voir la question », nous attendons le retour.
De son propre aveu au cours de cette même émission, outre d’éventuels dysfonctionnements au sein du GDA concerné, nous aurons dorénavant de nombreux épisodes de coupures par le simple fait que l’eau potable n’est pas suffisante dans la région. Il concède que la SONEDE n’est pas techniquement apte à pallier à ces situations d’urgence. Aucun plan d’urgence n’est prévu avec l’armée ou tout autre organisme qui pourrait logiquement posséder l’équipement et la logistique nécessaire. Il indique également qu’un forage en nappe profonde serait le plus apte à pallier à cette situation et qu’une action de ce type serait en cours et en serait au stage des sondages. Il est donc à craindre que cette action si elle se concrétise prendra encore plusieurs mois avant d’être opérationnelle. Il nous précise encore que la SONEDE est surendettée et connait d’énormes problèmes de trésorerie, laissant à penser que nous ne serions que les premiers d’une future liste très longue.

ACTIONS PRIVEES CONCRETES ENTREPRISES : 







*Une association tuniso-française a fait appel aux dons pour acheter deux citernes de stockage d’eau potable souple de 5.000 l et de 3.500 l.
*Une autre association récolte des dons pour que les villageois puissent se faire livrer des citernes d’eau potable (40 dinars les 5.000 l avec le transport) lors des prochaines coupures prévisibles de cet été 2012.
*Une autre encore essaie d’obtenir des unités individuelles de dessalement d’eau solaire.
*Nous recherchons encore une association qui pourrait prendre en charge la recherche de dons qui permettraient l’achats de petites citernes cubes de 1000 litres pour qu’au moins chaque famille en possède une.
etc…
*Les villageois ont décidé de mettre en place un collectif représentatif de toutes les tribus sur place, qui pourra décider démocratiquement des actions à entreprendre et pourra également servir à d’autres actions : sensibilisation à l’environnement, à l’hygiène….



CONCLUSION :
Les villageois ne veulent pas revivre le calvaire de l’été dernier et sont prêts à se mobiliser et à aider toutes initiatives pour l’éviter.

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