domenica 5 giugno 2011

Nei caffè di Djerba tra i profughi a cinque stelle

E' dovere di un giornalista riportare le notizie, attenersi strettamente ai fatti. I turisti in Tunisia non sono stati sistituiti dai libici. I libicai portano soldi ma pochi, solo quelli che si possono permettere l'albergo. Che si informi ...esattamente come vanno le cose qui a Djerba o se sono solo sue valutazioni personali in base ai locali che frequenta. Questi libici venivano da sempre a Djerba insieme a tutti quelli che avevano bisogno di cure mediche. Le prostitute ci sono sempre state prima e dopo e non solo per deliziare i libici. I matrimoni si fanno come tutte le altre feste, ma sotto tono non per la guerra in Libia ma perchè la Tunisia vive un momento di crisi. La gente NON HA SOLDI. Lo chieda al suo amico poliziotto. I bar di cui si parla sono quelli degli alberghi dove si vendono alcolici da distinguere dai caffe di Djerba dove queste cose non si vedono. All'aeroporto di trova parcheggio, pochi libici lasciano la macchina per andare in viaggio (ieri erano solo due). In ogni modo 4.000 gruppi familiari a Djerba vuol dire circa 15.000 persone dei quali meno del 10% è in albergo, per gli appartamenti molti non pagano l'affitto. E per chi vive nei campi non è una gita in campeggio, ci vuole anche un po' di rispetto e forse una gita da quelle parti con uno dei convogli umanitari potrebbe chiarire un po' le idee.

 

La Stampa.it esteri

Nella vicina Tunisia 50 mila
rifugiati: anche i vip del regime

DOMENICO QUIRICO
INVIATO A DJERBA
Il capo della polizia di Djerba è un giovane uomo infelice, le parole di gioia gli sono morte in bocca. Meno male che da queste parti gli uomini sanno ancora che col destino l’impazienza non serve; anche se la malannata, tra guerra e turisti in fuga, sembra fatta per cacciare ad ognuno il diavolo in corpo.

La data del suo matrimonio era fissata da tempo: oggi. E invece la festa si è mutata in veleno. Perché sono arrivati i libici, cinquemila solo qui, un’invasione. Come volete che uno possa chiedere la licenza matrimoniale? Sarebbe un tradimento. Così ora guarda al Jazeera anche lui, spiando il futuro, come i libici che deve controllare. Quando Gheddafi finalmente cadrà...

Djerba è diventata un frammento di Libia, come la Tunisia, dove si affollano ormai cinquantamila sudditi di Gheddafi che la guerra incalza. Non è la prima volta, è vero, sciamarono oltre confine anche all’epoca delle prime sanzioni internazionali contro il Colonnello, erano i tempi di Lockerbie, Anni 90. Ma stavolta è diverso: la guerra civile ha esportato qui le sue terribili fratture. Fianco a fianco puoi vedere, in pericolosa prossimità, gheddafisti e rivoluzionari, spie di un regime malefico travestiti da profughi e ribelli di una rivoluzione opaca travestiti da uomini d’affari, il tutto in un calderone inestricabile di voci, false informazioni, provocazioni, miserie da disperati e lussi da pascià in vacanza, messe sconciamente accanto. Nemici ormai irriducibili, certo, ma gli uni e gli altri inseguiti da lui, dal Colonnello, come uno può esserlo dalla propria ombra o da qualcosa che porta con sé. Come se neppure a centinaia di chilometri riuscissero a non sentirla, la voce del Padrone.

Nei caffè e nei night di Djerba tavoleggia una razza particolare, quella dei profughi «a cinque stelle». Si vede che ha pratica con i luoghi, è in fondo a casa sua. Perché per i ricchi della Jamahiriya questa è la Riviera. Dal posto di frontiera di Ras Jedir li separano 200 chilometri, per Tripoli sono 450. Fino a tre mesi fa arrivavano per il fine settimana, un gaio formicaio di maschi golosi che si infilava lesto negli alberghi di lusso nei ristoranti e soprattutto nei casinò e nei locali notturni che qui sono innumerevoli. A palpeggiare un po’ di dolce vita e le altre ebbrezze che sempre ha la vita altrove. La tartufesca Terza via universale del Colonnello, seppure addomesticatissima, guardava di malocchio gli spassi troppo pubblici.

Eccoli di nuovo che si arrotolano pigri nei bar a sbadigliare in faccia alla gente in questa luce di cristallo. Le strade sono ingombre delle loro auto di lusso, tutte bianche, come se fossero una immensa flotta di taxi chic. Anche al parcheggio dell’aeroporto non c’è posto. Sono gli uomini d’affari in trasferta in Medio oriente e in Europa. Come racconta il sindaco di Midoun, Farhat Tanfous: «Sono alti quadri del settore petrolifero, trafficanti, strettamente legati al regime con le valigie zeppe di soldi che hanno cambiato al mercato nero a Ben Guerdan, subito dopo la frontiera. Messe al sicuro le famiglie, riprendono i loro affari». Perché il denaro e la roba, guerra e non guerra, vogliono stare con chi sa tenerle.

Una maledizione e una benedizione, insieme. A causa della loro guerra le prenotazioni dall’Europa quest’anno sono crollate del 50 per cento nell’isola. Ma i profughi milionari hanno fatto man bassa di alberghi e soprattutto di ville di lusso. Ben riparate tra gli ulivi da curiosità sgarbate. Tutte esaurite.

La maggior parte sostiene Gheddafi, apertamente. Come questi due ragazzoni, impalati e superbiosi, che non si lasciano uncinare né nome né cognome al ristorante El Malouf, dove occhieggiano le bellezze di passaggio. Piantano in faccia occhi indiavolati ed esibiscono propaganda vispa: «Perché siamo qua? Perché a Tripoli la Nato massacra la gente, ecco perché! La Libia era un paradiso prima che arrivassero questi assassini della Cirenaica che si riempiono di droga prima di andare a combattere. Guarda la televisione libica per sapere la verità, che la maggioranza anche a Bengasi è per Gheddafi ma è tenuta in ostaggio, non può manifestare».

Sono, dicono, «ingegneri» petroliferi. Chissà. Tra i libici di Djerba ci sono agenti dei «kataeb el Amn», la polizia politica. Travestiti da profughi schedano, controllano quella che è ormai diventata la retrovia dei rivoluzionari. Fanno circolare false notizie, che ci sono donne libiche costrette a prostituirsi nei locali notturni dell’isola per sfamare i figli, cercano di dividere libici e tunisini, promettono che Gheddafi garantisce il perdono a tutti. Ma non si limitano a sorridere: minacciano, come il commando che proprio ieri è stato bloccato dalla polizia. La paura si allarga sottile nei campi e nelle case che ospitano i profughi poveri, che il Colonnello sia in grado di mettere loro le unghie addosso.

Una parte dei profughi di Djerba comunque sta seduto in mezzo come Ponzio Pilato, attende, incollata davanti alla televisione, vuole capire chi vincerà prima di riannodare gli affari e mettere in campo le relazioni tribali che nella Libia di domani comunque saranno decisive. Come sotto Gheddafi, forse di più.

Gli altri esuli, quelli poveri, ancora balordi per la fuga tra le cannonate, non sono certo tra le meraviglie di Djerba. Li trovi appena oltre a frontiera, a Tataouine, Rémada, Dheiba. Non hanno ancora finito di piangere, quasi avessero il cuore attaccato ai loro muri. E chissà se basteranno i soldi degli emiri del Golfo per evitare che restino lì, buttati come un sacco di cenci sotto il cielo fosco dal caldo. Per loro si è aperta un’altra pagina della straordinaria carità tunisina, che ha messo a disposizione le case dei parenti che vivono in Europa, aperto gli stadi. Stanno perfino organizzando corsi scolastici per questi bambini che hanno già gli occhi teneri e duri dell’infanzia dei campi di rifugiati.

La solidarietà, la compassione, parole antiche, che non sottraggono certo al dolore ma non ti abbandonano e ti assistono fino alla fine, anche senza mostrarsi. Come mi ha detto Ala, un rifugiato: «Noi, con tutto il nostro petrolio, non saremmo stati in grado di fare tutto questo». E forse per il regime non c’è, dopo 40 anni, condanna peggiore.

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